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Di strade affollate, vissute dalla frenetica quotidianità dei cittadini, ve ne sono a bizzeffe. Su di esse si affacciano vere e proprie opere d'arte dell'architettura italiana, dai palazzi secolari del potere alle fortificazioni imponenti delle città, dai colonnati delle chiese e dei conventi alle statue commemorative o votive dedicate ai grandi della storia.

 

 

 

Eppure, sia gli abitanti delle grandi metropoli, sia quelle dei piccoli borghi, presi dagli affanni, sono soliti trascurare "l'ovvietà" artistica delle città, divenuta frivolamente monotona, a vantaggio dei dettagli che caratterizzano il vivere affannoso degli uomini di tutti i secoli. Il rischio che corriamo è quello di trasformare il nostro passato, gli sforzi di chi fu, in un mero punto di riferimento tipicamente geografico.

Questa condizione, anche a Lecce, rischia di offuscare alcuni monumenti tipici della movida leccese, l'esempio che più è noto ai molti è quello della statua di Vittorio Emanuele II.

L'imponente figura bronzea dona il suo augusto nome alla piazza che costeggia la chiesa di Santa Chiara; essa osserva indomita le giovani generazioni che, sedendosi sul suo piedistallo, trovano conforto nei dialoghi fanciulleschi della verde età, ma è anche indifesa contro gli attacchi vandalici di alcuni scellerati, che su di essa scagliano la loro "rabbia infondata" nelle notti di forte movida, che per tale motivo passano inosservati.

Risale al 1889, ben a undici anni dalla morte del re gentiluomo. Gli era succeduto al trono suo figlio Umberto I, detto il re buono, il quale per rendere omaggio al suo augusto padre, aveva incaricato le varie autorità rege del regno di innalzare statue ed intitolargli piazze. Queste disposizioni toccarono maggiormente il Sud, in quanto una parte della popolazione era fedele, o per meglio dire, era abituata a una corona napoletana e mal digeriva la presenza dello "straniero", come veniva chiamato. Il fine era aumentarne la popolarità, la leggenda delle sue gesta eroiche al fine di rendere le generazioni successive legate al suo mito e a quello dell'Italia unita.

Anche Lecce si conformò alle reali disposizioni e incaricò lo scultore, autoctono della città, e di grande esperienza nell'ambito scultoreo Eugenio Maccagnani. Lo stesso aveva progettato opere in tutta Italia e fu noto sin dal principio alla Real Casa, la quale gli assegnò spesso incarichi rivolti all'elevazione della monarchia.

L'opera si discosta dalla tradizione classica per la posa, infatti il protagonista doveva essere rappresentato a cavallo nell'intento di incitare le truppe alla vittoria. Questa volta il Maccagnani decise di realizzarla in piedi, con sguardo austero e con la posa che il re era solito assumere sul campo di battaglia prima di dare ordini ai suoi generali: la feluca tipica dell'uniforme piemontese e la mano all'elsa della sciabola mostrano l'essere soldato di un re, che contro gli Austriaci, in vittorie e sconfitte, era stato accanto ai suoi uomini fino all'ultimo.

Nella città l'opera fu accolta con grande entusiasmo e venne inaugurata con una folla esultante di persone al grido di "Viva il Re, Viva i Savoia". Le gesta dei Grandi sono monito per le generazioni presenti e per quelle avvenire, esse sono la luce ispiratrice delle azioni che un domani saranno passato, ma che nel ricordo di chi sa, saranno sempre nel proprio presente.

 

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