0
0
0
s2sdefault

Un numero sempre maggiore di giovani avverte il desiderio di entrare nella cooperazione internazionale. Volersi rendere utili, impegnarsi per i diritti umani, la voglia di viaggiare e di confrontarsi con sempre nuove culture: questo il carburante nel motore di un cuore aperto alla vita e al prossimo. Ecco a voi un interessante incontro con Gianfranco Cattai, presidente della Focsiv, di qualche stagione addietro, ma sempre attualissimo. Buona lettura!

VOLONTARIATO NUOVA FORZA

Oggi più che mai è avvertito il bisogno di “evadere”, di esplorare strade alternative, di fuggire da una realtà economica, sociale e politica deprimente che frustra la speranza di elevarsi, di esprimere i propri talenti e metterli al servizio degli altri. Il volontariato è un’opportunità per migliorare le proprie competenze; un modo, anche, per allargare orizzonti che la crisi occupazionale ha reso in questi ultimi anni particolarmente foschi. La Focsiv è la più grande federazione in Italia di organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana. Al presidente Gianfranco Cattai abbiamo rivolto alcune domande.

A fronte di una disoccupazione giovanile del 40%, la cooperazione internazionale – e in particolare la Focsiv – si sta interrogando su come contribuire ad aumentare le prospettive di lavoro? Se sì, quali strade è possibile percorrere?

Il problema della disoccupazione giovanile è la piaga che sta segnando questa momento storico. A fronte di numeri così scioccanti Focsiv, con gli organismi soci, sta concentrando sempre più la sua attenzione sui giovani. Direttamente non possiamo rispondere alle esigenze lavorative di quel 40%, quello che però possiamo fare attraverso i diversi tipi di progetto da noi avviati è cercare di ampliare le conoscenze tecnico-professionali. L’obiettivo è valorizzare al meglio le capacità e conoscenze che i giovani posseggono e che matureranno attraverso le esperienze che le Ong propongono, in prospettiva di una futura impiegabilità. Qualche esempio: gli stage formativi presso gli uffici delle Ong in Italia o all’estero, le esperienze in progetti specifici come lo Sve (Servizio volontario europeo) o il Servizio Civile Nazionale in Italia o all’estero, pur senza tralasciare la fondamentale componente umana, offrono la possibilità per un arricchimento di quelle competenze professionali che potranno poi essere rivendute sul mercato del lavoro. L’insieme di queste esperienze per certi aspetti è un primo inserimento all’interno del mondo del lavoro. L’avvio di un percorso che da una parte stimola i giovani ad essere cittadini migliori, attivi e solidali e dall’altra apre concrete possibilità di impegno professionale.

Un ragazzo che volesse impegnarsi in questo settore quali passi deve compiere e quali caratteristiche deve avere?

Prima di tutto l’impegno nel settore della cooperazione internazionale presume due componenti essenziali: motivazioni e spirito di servizio. Passi suggeriti: avvicinarsi senza timore alle organizzazioni del terzo settore, conoscerle, partecipare agli incontri informativi o alle giornate da queste organizzate. Conosciuta l’Ong e le sue attività, il passo successivo può essere quello di collaborare attivamente a titolo volontario a iniziative e campagne che queste mettono in atto sul territorio nazionale. Sempre in quest’ottica, altamente consigliata è la partecipazione a brevi esperienze all’estero nei Pvs, come i campi estivi, della durata media di 2/4 settimane - 1 mese. Sicuramente il Servizio Civile e lo Sve realizzati all’estero sono le esperienze che ”pagano” di più e arricchiscono in modo significativo.

Cosa consiglia - o sconsiglia - a un giovane che voglia approcciarsi alla cooperazione internazionale per allargare i propri orizzonti?

Un consiglio che mi sento di dare è quello di essere informato. Avvicinarsi alla cooperazione internazionale vuol dire avere, almeno in linea generale, una conoscenza rispetto ai diritti umani, all’economia sostenibile, all’educazione alla mondialità, alla solidarietà internazionale. Allo stesso tempo, però, è importante bilanciare il proprio bagaglio culturale e professionale con quelle motivazioni umane (altruismo, solidarietà, spirito di servizio) che sono imprescindibili in questo settore. Bilanciare le due componenti, non annullare quella motivazionale/ umana a discapito di quella professionale, è il mio consiglio per i giovani. Metterei in guardia invece dalle tante promesse formative e professionalizzanti che derivano da alcuni percorsi universitari sorti negli ultimi anni sulle tematiche di cooperazione internazionale, che purtroppo si dimostrano completamente slegati dall’esperienza concreta nei Pvs e da chi realmente opera nei territori del Sud. È importante scegliere percorsi di approfondimento che garantiscano questo legame e che magari colleghino la teoria con una sperimentazione pratica sul campo.

Può fare un identikit dei giovani che si rivolgono a voi? Cosa chiedono e sono disposti a dare e a fare? Cosa possono ottenere?

Negli ultimi anni, forse anche per la crisi economica, sempre più giovani laureati e non, provenienti o meno da precedenti esperienze di volontariato, si sono avvicinati alla Focsiv e alle nostre associate. Le loro richieste sono varie: conoscere le attività delle Ong nel Nord e Sud del mondo, partecipare alle campagne di sensibilizzazione, ma soprattutto partecipare attivamente a progetti di volontariato di breve e lunga durata all’estero. In molti casi le richieste nascono anche dall’esigenza di far esperienza, di mettersi alla prova e di essere cittadini attivi e coscienti delle problematiche mondiali. Quello che questi giovani offrono è la loro voglia di conoscere, di esplorare, di mettersi a servizio e crescere. Noi, dal canto nostro, oltre  alle offerte formative sopracitate, sentiamo la responsabilità di incanalare in maniera positiva questa voglia e questo entusiasmo e cercare di farli fruttare. Inoltre, la presenza dei giovani nelle Organizzazioni, sia sul campo come in Italia, sono prezioso stimolo agli “operatori anziani” delle Ong e l’inserimento di giovani risorse può rinvigorire e aiutare la modernizzazione e l’evoluzione delle nostre attività e iniziative.

Dunque serve ancora la cooperazione internazionale? Cos’hanno dimostrato 40 anni di esperienza?

Quarant’anni di storia e di esperienza delle ONG italiane hanno dimostrato che grazie alla cooperazione internazionale anche la politica estera del nostro Paese è cresciuta, raccogliendo frutti positivi in aree dove solo il volontariato internazionale è riuscito a garantire, negli anni, sostegno e accompagnamento alle popolazioni in difficoltà. Una presenza finalizzata a promuovere lo sviluppo andando oltre le cosiddette “emergenze” che suscitano tanto clamore, per esempio sui media, ma solo finché la notizia è capace di garantire audience.

Alla domanda se serve ancora la cooperazione internazionale rispondo pertanto sì, serve, eccome. Anzi, oggi e per i prossimi anni, più che mai. Come Ong abbiamo infatti un ruolo dentro il processo globale, dobbiamo dare continuità alla nostra mission e avere il coraggio di coinvolgere tanti altri, anche di settori diversi dal nostro, per dare a tutti l’opportunità di capire quale potrebbe essere una loro risposta ai molti poveri del sud.

 

(di Patrizia Spagnolo, su Dimensioni Nuove di ottobre 2013 - leggi l'articolo completo su https://www.dimensioni.org/2013/10/volontario-nuova-forza.html )

 

Forum Famiglie Puglia