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Portalecce volentieri ripropone l’artico apparso lunedì scorso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” a firma del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leucamons. Vito Angiuli.

 

 

 

Nel carteggio del 1933, Albert Einstein pose a Sigmund Freud la domanda “Warum Krieg?” (“Perché la guerra?”). L’interrogativo non era riferito all’indagine circa le motivazioni storiche, ma alla natura della guerra e dell’aggressività umana e se vi fosse una possibilità di liberare gli uomini da questa terribile fatalità.

Einstein era consapevole che a muovere la guerra, oltre alla sete di potere della classe dominante, fosse anche lo smodato desiderio di accordarsi con le mire di chi cerca vantaggi economici, ma si domandava come fosse possibile che una minoranza potesse riuscire ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo e che il popolo si lasciasse infiammare fino al furore e all’olocausto di sé. Egli stesso si dava come risposta il fatto che nell’uomo alberga il piacere di odiare e di distruggere e che la sua passione rimane latente in tempi normali, ma emerge in circostanze eccezionali dal momento che è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Stando così le cose, Einstein domandava a Freud se vi fosse una possibilità di orientare l’evoluzione psichica degli uomini in modo che imparassero a resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione.

Rispondendo all’illustre interlocutore, Freud affermò che una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordino per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Nell’uomo, infatti, vi sono due pulsioni principali: quella che tende a custodire e a unire e quella che spinge a distruggere e a uccidere. La prima ha la  funzione di conservare, l’altra tende ad aggredire e a sterminare. Nella realtà, sosteneva Freud, è difficile isolare queste due specie di pulsioni. Ciò potrebbe avvenire solo se la persona riuscisse ad assoggettare la vita pulsionale alla forza della ragione. Ma questa possibilità è del tutto utopica. Pertanto non essendoci la speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini, per porre fine in avvenire alle guerre bisognava sottomettere la forza distruttiva presente nell’uomo «all’influsso di due fattori: un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura».

Si noti che il dialogo tra Einstein e Freud avvenne prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e che, nelle parole di Freud, era abbozzata la necessità di creare un organismo internazionale che fungesse da moderatore degli interessi e degli istinti degli uomini e degli Stati e nello stesso tempo era quasi formulata la teoria della deterrenza. Occorre anche ricordare che Immanuel Kant, prima di Freud, nel suo famoso libro “La pace perpetua” (1795), aveva proposto l’idea di creare un organismo super partes per dirimere le controversie tra gli Stati. Purtroppo, dobbiamo amaramente constatare che né la costituzione dell’Onu, né l’attuazione della teoria della deterrenza hanno impedito, almeno fino ai nostri giorni, lo scoppio della guerra, come appare evidente da quella che si sta svolgendo nel cuore dell’Europa.

Bisogna allora cercare un’altra motivazione che aiuti a comprendere l’origine del male e della guerra. Nel libro, “La religione entro i limiti della sola ragione” (1793), Kant parte dal presupposto che esiste nell’uomo un “male radicale” ossia la radicata tendenza a deviare dalla retta via della moralità e della coscienza morale1. Questa teoria kantiana, per certi versi, riflette in ambito filosofico la dottrina cattolica del peccato originale. Per Kant, tuttavia, il male radicale non è “originario”, sfugge alla possibilità dell’analisi e della sintesi e rimane “impenetrabile” alla ragione perché non si può conoscere la causa e l’origine. In tal modo, il concetto di male radicale paradossalmente smentisce lo stesso intento fondamentale di Kant di rinchiudere la religione “entro i limiti della ragione”.

Diversa è la posizione di Nietzsche per il quale occorre liberarsi da tutte le superstizioni religiose2. Riprendendo un detto di Anassimandro, egli ritiene che il male, in quanto necessariamente collegato alla individualità dell’uomo (principium individuationis), è sinonimo di finitezza e la liberazione dal male consiste nell’annullamento di se stessi. Vale così la risposta del demone al re Mida: «Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa, in secondo luogo, migliore per te è - morire presto»3.

L’uomo, pertanto, è posto di fronte a un bivio: o ammettere lucidamente l’insensatezza della vita, del male e, di conseguenza, della guerra accettandone tragicamente la sua ineluttabilità senza che nessuno possa porvi rimedio o riprendere la dottrina cattolica del peccato originale, inteso come realtà “originante” (ossia come colpa) e “originata” (ossia come condizione), dalla quale si può uscire solo per la redenzione operata da Cristo. Da questo si deduce che «gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell'amore, a vincere il peccato essi vincono anche la violenza, fino alla realizzazione di quella parola divina: “Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per la guerra” (Is 2,4)»4.

In definitiva, cacciato dalla porta, il tema del peccato originale torna dalla finestra5, trascinando con sé anche la necessità della redenzione che si realizza pienamente attraverso il mistero pasquale di Cristo. Occorre pertanto confrontarsi con questo dogma se non si vuole rimanere muti di fronte alla domanda sul perché della guerra e assistere impotenti all’orrore causato dall’impiego delle armi senza nemmeno avere la possibilità di comprendere la terribile e malefica forza che spinge l’uomo a usarle.

1 Così egli scrive: «Questo male è radicale perché corrompe il principio di tutte le massime e nello stesso tempo, d’altra parte, in quanto tendenza naturale, non può essere distrutto dalle forze umane, perché ciò non potrebbe avvenire se non per mezzo di buone massime, il che è impossibile, se il principio soggettivo supremo è presupposto corrotto […]. Per noi, non c’è alcuna causa comprensibile dalla quale il male morale possa per la prima volta essere venuto in noi» (Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, cap. I, parte III, Laterza, Bari- Roma, 1985, pagg. 38- 45).

2 «Un grado molto elevato di cultura è raggiunto quando l’uomo si libera dai concetti e dalle angosce superstiziose e religiose e per esempio non crede più ai cari angioletti o al peccato originale, e ha anche disimparato a parlare della salvezza delle anime» (F. Nietzsche, Umano troppo umano I, n. 20, Opere 1870/1881, Newton, Roma, 1993, p. 530).

3 Id., La nascita della tragedia, ivi, 1988, p. 31s, corsivi nel testo.

4 Gaudium et spes, 78.

5 Cfr. A. Riconda et Al. (ed), Il peccato originale nel pensiero moderno, Morcelliana, Brescia, 2009.

 

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