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Portalecce volentieri ripropone l’artico apparso sabato scorso, 9 aprile, su “Nuovo Quotidiano di Puglia” a firma del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leucamons. Vito Angiuli.

 

 

 

Recentemente i giornali hanno richiamato i cento anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, esaltando la sua figura e sottolineando uno degli argomenti su cui il poeta e regista ha insistito maggiormente: il confronto tra i valori della società contadina, intrisa di una religiosità arcaica, e l’attuale sottomissione al nuovo Potere, senza volto e senza nome, che ha reso i giovani tutti uguali, omologati e indistinguibili e ha manipolato profondamente le loro coscienze.

Pasolini era consapevole di assistere alla formazione di un nuovo modello antropologico, una nuova cultura che sopprime quella popolare per dare spazio a istanze consumistiche e di mercificazione. Era anche convinto che il nuovo Potere si alimentava con il contributo dei media, delle televisioni, dei giornali, della pubblicità e dei i social che, bombardando in maniera trasversale il loro target libertario, producevano un impoverimento e un imborghesimento dell’intera cultura italiana. Da qui, la sua polemica antimoderna contro l’influenza e la manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa e la mercificazione estetica da essi compiuta. Basti constatare il rovinoso decadimento culturale di molti programmi messi in onda oggi dalle tv pubbliche e private. In questa generale decadenza, anche la Chiesa viene liquidata a favore del nuovo Potere che issa come propria bandiera l’edonismo consumistico.

Nel riferirmi a Pasolini, mi piace sottolineare la sua coerenza nel ripudiare ogni forma di prevaricazione della vita umana dalla guerra alla pratica dell’aborto. Netta è stata la sua condanna della guerra. Nell'estate del '43, in una lettera a Franco Farolfi, scrisse: «La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos'è una vita umana?»1. Ugualmente, decisa e inequivocabile è stata la condanna all’aborto. Il 19 maggio 1975, pubblicò sulla rubrica del Corriere della Sera, “Scritti corsari” un articolo durissimo contro la legalizzazione dell’aborto. Nonostante fosse favorevole ai referendum promossi dal partito radicale, affermò di sentirsi «traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto», che riteneva essere «una legalizzazione dell’omicidio».

Non si lasciò distogliere da questa sua convinzione nemmeno dopo le numerose critiche che gli piovvero addosso da parte degli stessi compagni comunisti, dei movimenti femministi e, soprattutto, dei radicali che non riuscivano a comprendere come un marxista omosessuale potesse difendere istanze che, allora, erano ritenute peculiari di una classe bollata come conservatrice e confessionale. A giudizio di Pasolini, invece, la libertà sessuale era da considerare una libertà falsa, imposta dal nuovo Potere. Essa afferma come diritti la trasposizione di desideri personali, elevati ad atti di civiltà e conquiste di libertà.

La sua solitaria e onesta presa di posizione contrasta in modo stridente con la schizofrenia tipica di una certa cultura “laica” e, purtroppo, anche di una certa cultura “cattolica” che, da una parte, affermano la loro contrarietà alla guerra “senza se e senza ma” e, dall’altra, accolgono o rimangono in un assordante silenzio sulla pratica abortiva. I loro rappresentati sono disposti a immolarsi per condannare la guerra e si indignano per i bambini innocenti vittime delle armi, ma approvano o rimangono muti quando si tratta dell’uccisione del feto nel grembo materno. Si mostrano in religiosa sintonia con Papa Francesco quando definisce la guerra una pazzia, ma non richiamano mai la sua avversione e la sua condanna dell’aborto, definito senza mezzi termini un omicidio. Coniugano così in modo schizofrenico un esasperato individualismo libertario con una sorta di pacifismo e di umanitarismo solidale.

La stessa schizofrenia culturale si riflette anche in riferimento al Venerabile don Tonino Bello. Molti suoi ammiratori, da una parte, si compiacciono di ripetere fino alla noia, la sua esortazione «In piedi, costruttori di pace», dall’altra, accettano o almeno rimangono tiepidi di fronte alla pratica abortiva apertamente condannata da don Tonino. Già da prete, egli ammoniva: «L’aborto procurato, cioè l’espulsione volontaria dall’utero materno di un feto vivo ma non vitale  è sempre un crimine. La ragione è semplice: l’aborto è la soppressione di un essere umano. Non è la soppressione di un parassita, non di un’escrescenza carnosa dell’utero materno. Per cui non hanno senso le espressioni “il nostro ventre ci appartiene”, “vogliamo gestire noi la nostra maternità”»2. Divenuto vescovo, nella famosa preghiera, “Dammi, Signore, un’ala di riserva”, rincarò la dose: «L’aborto è un oltraggio grave alla tua (di Dio) fantasia. È un crimine contro il tuo genio. È un riaffondare l’aurora nelle viscere dell’oceano. È l’antigenesi più delittuosa. È la “decreazione” più desolante. È l’antipasqua»3.

Forse don Tonino avrebbe sottoscritto le parole di Pasolini quando questi affermava: «Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci». Pur con motivazioni differenti, il laico Pasolini e il cattolico don Tonino  condannavano senza mezzi termini sia la guerra e sia l’aborto. I rappresentati laici e cattolici della schizofrenia culturale del nostro tempo si lasceranno convincere dalla loro comune testimonianza?

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1 P. P. Pasolini, La pioggia, in Id., Lettere 1940-1954, Einaudi, Torino 1986, p. 164.

2 A. Bello, A difesa della vita umana, in Id., La terra dei miei sogni. Bagliori di luce dagli scritti ugentini, a cura di V. Angiuli e R. Brucoli, Ed Insieme, Terlizzi (BA) 2014, p. 327.

3 Id., Dammi, Signore, un’ala di riserva, vol. III, p. 316.

 

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