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Portalecce volentieri ripropone l’articolo apparso lo scorso 28 giugno su “Nuovo Quotidiano di Puglia” a firma del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leucamons. Vito Angiuli.

 

 

 

Appare sempre più evidente che alla “stagione dei diritti”, che da circa cinquant’anni imperversa nella cultura occidentale, è necessario che si affianchi una “nuova stagione dei doveri”1. Già Platone, nel dialogo “La Repubblica” metteva in guardia da una concezione dominata dal primato della libertà non controbilanciata dai doveri. Così egli scriveva: «Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia»2.

Ai nostri giorni, le persone più avvedute da tempo parlano della necessità di una “nuova stagione dei doveri”. A questa necessità si riferiva il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Nel discorso alla fine del suo primo settennato (31 dicembre 2021), egli concludeva con queste parole: «Tante volte abbiamo parlato di una nuova stagione dei doveri. Tante volte, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo sottolineato che dalle difficoltà si esce soltanto se ognuno accetta di fare fino in fondo la parte propria». In realtà, le sue parole riprendevano un analogo invito fatto da Aldo Moro alcuni anni prima. Nel suo ultimo intervento alla Camera, il 28 febbraio 1978, soltanto pochi giorni prima del suo rapimento da parte delle Brigate Rosse (16 marzo 1978) lo statista pugliese profeticamente affermava: «Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere».

A ben vedere, era la stessa convinzione che aveva animato Giuseppe Mazzini nel suo celebre libro “I doveri” (1860), ripubblicato quest’anno in occasione dei 150 anni dalla sua morte per la sua evidente attualità. Mazzini, infatti, scriveva: «Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l'armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell'ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall'idea d'un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il dovere. Bisogna convincere gli uomini ch'essi, figli tutti d'un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d'una sola Legge - che ognuno d'essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri - che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori - che il combattere l'ingiustizia e l'errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa - dovere di tutta la vita».

Significativa è anche la presa di posizione del prof. Renato Balduzzi, noto giurista e professore ordinario di diritto costituzionale e di diritto pubblico comparato, già Ministro della salute nel Governo Monti. A suo giudizio, senza una nuova stagione dei doveri, anche i diritti sarebbero a rischio. Dopo aver partecipato al primo congresso nazionale della corrente “Area democratica per la giustizia”, in un articolo su “Avvenire” (1° giugno 2017), scrisse queste parole: «Nei diversi interventi ascoltati a Napoli ricorreva, come denominatore comune, l'enfasi sui diritti e sulla magistratura come baluardo degli stessi. Ora, nessun dubbio che l'attuazione dei diritti e, prima ancora, la loro progressiva individuazione costituiscano un obiettivo irrinunciabile del sistema costituzionale, ma è altresì indubitabile che tale sistema sia fondato sulla stretta correlazione tra riconoscimento e garanzia dei diritti, da un lato, e adempimento dei doveri di solidarietà, dall'altro […]. In una società venata da un eccesso di individualismo e caratterizzata dalla diffidenza reciproca tra individui e tra gruppi, la pedagogia dei doveri si impone […]. Autentico "progressismo" significa oggi capacità di fondere il discorso dei diritti e la pratica dei doveri. Non sarebbe male se, anche su questo, si riuscisse ad aprire un confronto culturale».

Ed è proprio questo confronto culturale che necessita ai nostri giorni. Anche Hegel, come Platone, sapeva che la libertà senza confini ed i diritti senza doveri favoriscono la fine della libertà e dei diritti e sono all’origine della tirannia. Per questo sulla scia di Platone, egli scriveva: «Gli allori del puro volere sono foglie secche che non sono mai state verdi»3.

1 Cfr. S. Fontana, Per una politica dei doveri, dopo il fallimento della stagione dei diritti, Cantagalli, Siena 2006.

2 Platone, VIII, Introduzione di F. Adorno e tr. Francesco Gabrieli, Bur, Milano 1981, pp. 613-615.

3 G. W. F. Hegel, Lineamenti di Filosofia del Diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio, Laterza, Roma- Bari, 1999.

 

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