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Portalecce volentieri ripropone l’artico apparso ieri su “La Gazzetta del Mezzogiorno” a firma del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, mons. Vito Angiuli.

 

 

 

 

Diciamolo francamente: anche la guerra, come la pandemia, ci ha colti di sorpresa. Non che mancassero le avvisaglie o non fossero state proposte acute e inascoltate analisi di esperti che, già da tempo e con buone ragioni, avevano messo in guarda dal possibile deflagrare di un conflitto proprio nel cuore dell’Europa. Quasi fino all’ultimo, nonostante i segnali contrari, siamo vissuti nella convinzione dell’impossibilità dello scoppio di una guerra nel vecchio Continente. Pensavamo che la guerra fosse un fatto estraneo alla nostra vita, una realtà lontana dalla nostra quotidianità, da guardare in televisione e non vicino a noi, quasi a ridosso delle nostre case. Ora che è diventata una triste e crudele realtà, siamo smarriti e incerti circa la sua evoluzione.

La guerra fatta con le armi richiama la guerra della pandemia. Di essa, abbiamo ancora negli occhi l’immagine di Papa Francesco mentre sale la gradinata della basilica di San Pietro, in una piazza totalmente vuota, e sosta in preghiera davanti allo straordinario Crocifisso “miracoloso” di San Marcello, scampato all’incendio nel 1519 e usato come vessillo dal popolo per sconfiggere la peste di Roma nel 1522. La solitudine e l’assordante silenzio della piazza voci era interrotto dall’intensa preghiera del Papa davanti al Crocifisso il cui viso, rigato dalle lacrime di pioggia che scendevano copiose fino a terra, stava a rappresentare la sofferenza di Cristo e la sua condivisione con il dolore causato dal diffondersi repentino e minaccioso del virus.

Questa immagine di Cristo sofferente, si è quasi fusa in armonica dissolvenza con l’immagine della statua del Cristo Salvatore di Leopoli, rimossa dalla cattedrale armena e portata in un rifugio per proteggerla dai bombardamenti. Le due immagini passeranno alla storia per raccontare il duplice dramma della pandemia e della guerra.

Il Papa che prega a nome di tutta l’umanità e gli uomini che traggono in salvo il Crocifisso di Leopoli è un simbolo eloquente di un Dio che si mostra vicino al dolore del mondo, sofferente con gli uomini che soffrono e desideroso di mettere tutti in salvo. Ma è anche icona di quella parte di umanità che, pur in mezzo all’infuriare dell’orrore, è sempre pronta e disponibile a custodire la speranza e a testimoniare che la pace, sofferta e crocifissa, è seminata da sempre nel cuore dei costruttori di pace e, alla fine, riporterà una vittoriosa rivincita sul flagello e l’orrore della guerra che ha colpito così duramente gente indifesa e inerme.

Queste due scene, quasi all’unisono, rappresentano, in modo realistico e commovente, l’amore infinito e gratuito di Dio strettamente intrecciato con l’amore solidale e tenero che alberga nel cuore degli uomini. E dalla intimità profonda di entrambi, parole divine e umane richiamano la necessità della pace e la responsabilità di invocarla e costruirla realmente nel mondo. «Perché - come scriveva nel 1968 San Paolo VI nel messaggio inviato nella prima giornata mondiale della pace - la pace è un dovere. Perché la pace è il dovere della storia, inderogabile. Perché la pace bisogna volerla. Perché la pace bisogna amarla. Perché la pace bisogna produrla».  

Che questo grido del Dio della pace e degli uomini costruttori di pace sia ascoltato e l’amore riposto in un cielo di lacrime possa vincere ogni forma di male e di odio e presto possa rifulgere in tutto il suo splendore e, come la celeste colomba dopo il diluvio, possa portare il ramoscello d’ulivo e annunciare la fine del pericolo mortale e l’inizio di una nuova e più forte era di pace.

 

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