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Il tema della fiducia ritorna spesso negli ultimi interventi del presidente Mattarella, come del presidente Draghi. In generale la recente crisi sociale ed economica ha messo in discussione molti degli atteggiamenti fondamentali, sia dal punto di vista antropologico che etico.

 

 

 

Uno di questi - non il solo, ma certamente tra i più importanti - è quello della fiducia: si va dalla fiducia nei medici e negli scienziati a quella nei politici, dalla fiducia nei leader istituzionali (laici o religiosi che siano) a quella interna agli ambienti familiari, amicali, professionali, di gruppo. Partiamo con il richiamare innanzitutto cosa intendiamo per fiducia.

Quando diciamo “mi fido” - dei miei genitori, di alcuni miei insegnanti e colleghi di lavoro, del responsabile della mia comunità di fede religiosa, del mio medico e del consulente della mia banca, del presidente di quel partito o associazione culturale, di alcuni politici e così via - in fondo stiamo dicendo che, da queste persone, “mi aspetto che si comportino in una certa maniera e ciò succede”. Esempio classico: mi fido del mio medico, vuol dire aspettarsi che mi accolga, mi comprenda, sia capace di dare un nome alla mia malattia o disagio e sappia come intervenire per risolverla. Ovviamente, tutto questo, non come un automa ma come una persona che unisce competenza scientifica, tatto, maturità umana ed etica.

Perché possiamo fidarci di una persona o di un’istituzione, la sua affidabilità deve essere valutata in termini di rettitudine morale, di simpatia o amore e di dati tecnici e professionali (A. Giddens). I tre termini richiamano tre sfere della nostra vita: il comportamento onesto (per i greci l’èthos eccellente o la probitas latina), la dimensione emotiva e quella cognitiva. Ovviamente è facile distinguere i tre elementi in sede teorica; sul piano pratico è quasi impossibile. Si pensi, per esempio, ad un politico che parla in tv o un giornalista o a una qualsiasi nostra relazione: quante e in quale modo emozioni, cognizioni e professionalità sono coinvolti!

Consideriamo allora i tre elementi - rettitudine, amore e dati tecnici - come il telaio su cui si tesse la fiducia. I politici fanno bene, soprattutto in questa fase, a richiederla. Però è doveroso interrogarsi su quale telaio la stanno tessendo e quali “fili” stanno intrecciando. Ovviamente ci riferiamo ai politici nazionali, perché quelli locali potrebbero anche essere conosciuti personalmente e quindi… cambiano fili e telai coinvolti. Noi conosciamo i politici nazionali e regionali attraverso i mezzi di comunicazione. In generale la qualità della comunicazione politica, nel nostro Paese, tesse molto consenso e poca fiducia, anche per la responsabilità di diversi giornalisti. Tessere fiducia vuol dire spiegare, portare argomentazioni, convincere senza urlare o mentire o offendere, dialogare e progettare bene pubblico, comunicare con la coerenza de fatti e meno con il vuoto degli slogan. Tessere consenso, direbbe Papa Francesco, vuol dire invece “esasperare, esacerbare e polarizzare. Con varie modalità si nega ad altri il diritto di esistere e di pensare, e a tale scopo si ricorre alla strategia di ridicolizzarli, di insinuare sospetti su di loro, di accerchiarli” (FT, 15).

Ma è tutta colpa dei politici? Assolutamente no. Anche i cittadini hanno le loro responsabilità. Se esiste un divario fiduciario tra classe politica e cittadinanza, le colpe sono di entrambi. Certamente chi non si informa e forma; chi sposta il suo consenso da una parte politica all’altra, sulla base di emozioni effimere o promesse vane; chi è trappola del qualunquismo del “sono tutti uguali” non tesse fiducia ma solo ignoranza politica su cui si basano i populisti di oggi e di ieri, qui e altrove nel mondo.

Non va inoltre dimenticato che il rapporto di fiducia necessita anche di attenta valutazione. Spesso i politici tendono a ridurre questa valutazione ai puri dati tecnici o obiettivi raggiunti, invece essa deve riguardare tutti e tre i dati costitutivi. La fiducia, infatti, non è un atto di fede cieca. Essa è il frutto di una ponderata valutazione. Un piano di rinascita, come quello in corso, perché vada in porto ha bisogno di solida fiducia, che si basa su provate professionalità, relazioni autentiche, coerenza etica. Ha scritto chiaramente George Simmel: “Chi sa completamente non ha bisogno di fidarsi, chi non sa affatto non può ragionevolmente fidarsi”. Lo stesso Simmel aveva anche scritto che tutti i rapporti tra le persone riposano “sul sapere che uno ha dell’altro”.

La fiducia, valutata e verificata nel tempo, porta, cittadini e politici, a diventare soggetti attivi, ad offrire, cioè, il proprio contributo di cooperazione. Esiste, infatti, uno stretto rapporto tra fiducia e cooperazione, come afferma con estrema chiarezza Putnam: “la fiducia è il lubrificante della cooperazione”. E mai, come in questo momento, il nostro Paese ha bisogno di solidarietà e cooperazione per crescere autenticamente.

 

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