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In una società dove vigeva il sacrosanto principio del riuso e di riparare un oggetto di estrema utilità fino a quando non si potesse sostituire con uno nuovo, lu cconza limbure (o limbi), lu giusta cofani o cconzapignate, l’acconcia catini, l’aggiusta cofani o pignatte, talvolta semplicemente lucconzalimbi, rappresentava l’artigiano che più di ogni altro le massaie attendevano con fervorosa animosità.

Si può immaginare in quale stato di profonda disperazione cadessero quelle di un tempo, qualora presentasse una frattura o una lesione, sia pure impercettibile, uno degli indispensabili limbi, catini di terracotta; cofani, plurale di cofanu, adibiti per lavare il bucato; capasuni, adatti a conservare liquidi o provviste per l’inverno; piatti menzani, piatti grandi, in cui si versavano le pietanze che i commensali prendevano attingendo con la propria forchetta.

L’artigiano in questione, benché si annunciasse col grido di cconzalimbi! ggiustacofani! A ci giustamu li cofani! Non riparava esclusivamente i citati limbi o i cofani, ma qualsiasi contenitore di creta; la sintesi della denominazione non designava assolutamente un limite della sua capacità di ridare funzionalità ad un corpo fratturato, ma era una praticità linguistica.

Per approfondimenti:

  1. Barletta, Ci tene arte tene parte, Grifo, Lecce 2011

 

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